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Violenza sulle donne: per attuare la Convenzione di Istanbul ci vuole un ministro

4.8.2014

 

Dal primo agosto scorso anche nel nostro Paese è in vigore la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia un anno fa.

 

Ciò significa che dovremmo fare tutto il possibile, soprattutto a livello legislativo, affinché i dettami presenti nella Convenzione entrino fattivamente nella vita di tutti i giorni. Stiamo parlando di un importantissimo provvedimento che detta la “road map” contro la violenza sulle donne, per prevenire la stessa e per agire dopo che – ahimè – la stessa s’è consumata ed una persona e la sua prole, necessitano di assistenza e cure.

 

Tanto per intenderci, ecco cosa recita la Convenzione di Istanbul al suo primo articolo: “La presente Convenzione ha l’obiettivo di: proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica; contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi, ivi compreso rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne; predisporre un quadro globale, politiche e misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza contro le donne e di violenza domestica; promuovere la cooperazione internazionale al fine di eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica; sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l’eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica”.

 

Quali propositi migliori potremmo sognare? Il fatto è che non basta che si dica che una “Convenzione è entrata in vigore” per vedere i suoi frutti positivi fiorire nella nostra società. Tutta una serie di regolamenti e normative, come già ho accennato, dovrebbero essere approntati perché le donne italiane possano davvero sentirsi al sicuro sotto l’egida di quanto a suo tempo stabilito a Istanbul. Invece, pare che proprio a questo livello si stia incontrando un cono di bottiglia.

 

Josefa Idem, l’ultima ministra alle Pari Opportunità che il nostro Parlamento ricordi intervenne con forza nella primavera inoltrata del 2013 nel dibattito in corso sulla ratifica della Convenzione: “Le storie e le vite spezzate delle donne maltrattate, stalkizzate, uccise, come quelle di altre donne di tutti i Paesi – disse allora la Idem – hanno contribuito a fare emergere una nuova consapevolezza sul fenomeno della violenza contro le donne, fenomeno che ha assunto, negli ultimi anni, una visibilità crescente, che ha risvegliato le nostre coscienze, che ha suscitato una progressiva attenzione, fino a diventare – e dico: finalmente – una priorità di azione da inserire e prevedere all’interno delle agende di Governo e delle organizzazioni internazionali”. Poi concluse: “L’approvazione del progetto di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul sarà, pertanto, un utile strumento per introdurre nel nostro ordinamento adeguate misure di carattere amministrativo e misure di carattere normativo”.

 

La Idem aveva in progetto grandi cose una volta che la Convenzione fosse entrata in vigore; peccato che una gestione poco trasparente delle sue proprietà l’abbiano costretta a dimettersi, e da quel momento una cortina di silenzio calò sul lavoro del ministero a cui lei faceva capo. Oggi le deleghe delle Pari opportunità sono ancora nelle mani del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che evidentemente, in questi giorni ha ben altro per la testa che occuparsi del diritto delle donne a non essere violentate e a trovare strutture adeguate che di loro possano prendersi cura.

 

Detto questo, sono pienamente dalla parte della Presidentessa di Telefono Rosa Gabriella Carnieri Moscatelli che ha denunciato: “Dei punti cardine della Convenzione, sintetizzabili in prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli, politiche integrate, non troviamo nulla nella programmazione del Governo”, dice la Presidentessa e prosegue: “Quello che constatiamo è un dipartimento delle Pari Opportunità abbandonato a se stesso, senza una guida politica e senza un confronto con le Associazioni, cui viene negato un interlocutore politico. Tutto questo ha delle responsabilità e, per noi, la responsabilità è tutta nella sordità del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dinanzi alle richieste degli operatori del settore, tra cui quella fondamentale, di avere una ministra per le Pari Opportunità”.

 

A questo punto la richiesta è chiara e circostanziata: si rimetta in piedi un Ministero strettamente dedicato alle Pari opportunità e si faccia tutto ciò che è nelle potenzialità del Governo per mettere in pratica la Convenzione di Istanbul; lo si faccia per il Paese tutto ma soprattutto per le italiane!

 

di Rosaria Iardino WWW.ilfattoquotidiano.it


Violenza sulle donne: la ‘conquista’ della Convenzione di Istanbul non si fermi qui

1.8.2014

 

Ebbene ci siamo, oggi entra in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa (Coe) sulla “prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica” approvata nel 2011 a Istanbul, firmata da 32 Paesi e ratificata da 13.

 

Ma perché un’altra Convenzione? Perché mancava uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per gli Stati, che affrontasse il fenomeno della violenza nelle sue molteplici forme su donne e bambine in quanto appartenenti al genere femminile. La Convenzione è chiara sulle strategie da adottare, riassunte nelle 3 P: Prevenzione, Protezione, Punizione, per raggiungere un unico grande obbiettivo, eliminare ogni forma di violenza e sopraffazione nelle relazioni di genere.

 

L’entrata in vigore è un passo in avanti che apre una serie di orizzonti sul lavoro che ancora c’è da fare anche in Italia. Infatti nel nostro Paese, pur essendoci leggi e tante persone di buona volontà, manca un vero e proprio sistema organico di prevenzione e di tutela in grado di affrontare il fenomeno della violenza maschile sulle donne e le bambine. Non è sufficiente l’operato dei singoli più sensibili e attenti al problema.

 

Cosa dovrebbe cambiare? Molto. Come ci raccontano le donne che si rivolgono a F. Pangea, nel provare a denunciare alle forze dell’ordine , o a farsi curare nei pronti soccorsi, o a parlare con i servizi sociali, o portando i loro figli a scuola, sperano di capitare con “la persona giusta” in grado di capire quanto stanno vivendo, non hanno la sicurezza che gli operatori pubblici siano in grado di accoglierle e tutelarle.

 

Non hanno fiducia nella giustizia; sopratutto sono costrette a ricordare (e quindi rivivere) in continuazione le violenze che hanno subito durante gli innumerevoli anni del processo civile o penale o presso il tribunale dei minori, e non hanno la certezza della pena. Tutto ciò rivittimizza chi ha già subito violenza.

 

Come anche non si può ridurre a residuale il lavoro enorme che i centri antiviolenza fanno da anni in maniera più o meno volontaria, più o meno precaria, a sostegno di una rete di servizi spesso inesistente e/o incapace di rispondere adeguatamente a chi chiede supporto.

 

Con la Convenzione di Istanbul lo Stato ha l’occasione di mettere a sistema tutto ciò che già esiste e di colmare i vuoti che ancora ci sono, perché lo Stato ne è responsabile e si deve far carico di quelle 3P per non lasciare soli donne, minori, famiglie, volontarie, operatori e operatrici, nell’affrontare la violenza e le sue conseguenze.

 

Il piano nazionale antiviolenza annunciato per ottobre dovrebbe essere il primo degli strumenti a sostanziare la convenzione di Istanbul in azioni concrete e utili.

 

Sarebbe un bel segnale se la società civile che lavora da anni su questo tema fosse di nuovo ascoltata e tenuta in considerazione sul merito. Un’occasione potrebbe essere la riconvocazione delle associazioni che erano state chiamate a contribuire nella task force sulla violenza sotto il governo Letta, mai ripresa dal governo Renzi.

 

Renzi ha scelto di non assegnare a nessuno la delega alle Pari Opportunità, ma allo stesso tempo non la esercita in maniera evidente e la questione della violenza dovrebbe essere all’ordine del giorno, dando un chiaro segnale soprattutto durante il semestre europeo.

 

Oggi non sono le conferenze e i discorsi che vogliamo sentire, non vogliamo che questa Convenzione sia l’ulteriore documento lettera morta, ma sia incarnato come guida per trasformare il Bel Paese in un luogo in cui le persone, indipendentemente dal genere e dall’età, possano vivere al meglio la loro vita all’interno di relazioni paritarie e non violente. L’Italia deve fare chiarezza e impegnarsi al fine di rispettare gli obblighi internazionali e dimostrare un radicale cambiamento di tendenza rispetto alla responsabilità che lo Stato ha e intende assumere nei confronti di tutte e tutti.

 

di Simona Lanzoni www.ilfattoquotidiano.it


Piú di 120 donne uccise

Le vittime di omicidio da parte di partner o ex partner sono passate da 101 nel 2006 a 127 nel 2010. Molte violenze non vengono neppure denunciate, per quello che è ancora il contesto italiano, «patriarcale e incentrato sulla famiglia». E un triste primato tutto italiano è quello di vedersi affibbiata in un documento ufficiale delle Nazioni Unite la parola «femminicidio». In questo lo Stivale è insieme al Messico, condannato nel 2009 dalla Corte interamericana per i diritti umani per il femminicidio di Ciudad Juarez.

Leggi il resto: www.linkiesta.it/situazione-femminile-in-italia-violenze


Cosa scrive la stampa internazionale?

 

LA REPUBBLICA 21/7/2007

di Claudia Fusani

 

TRE DONNE SU 10 HANNO SUBITO VIOLENZA

IL 33 PER CENTO SCEGLIE DI NON DENUNCIARE

 
Il Rapporto dell'Istat sulla violenza e i maltrattamenti contro la donna. Commissionato dal ministero delle Pari opportunità, è il primo di questo genere.
La ricerca è stata fatta nel 2006 su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni. Dallo stupro ai capelli tirati, dallo stalking alle intimidazioni. Il più violento è sempre il partner.

 

ROMA – In Italia il 31, 9 per cento delle donne tra i sedici e i settanta anni hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Per la precisione, cinque milioni di donne hanno subìto violenza sessuale, che s'intende stupro, tentato stupro ma anche rapporti sessuali "non desiderati e subìti per paura delle conseguenze" e "attività sessuali degradanti e umilianti". Il 18, 8 per cento è stato più "fortunato" e ha sopportato "solo" violenze fisiche, dalla minaccia più lieve a quella con le armi, dagli schiaffi al tentativo di strangolamento.

 

I numeri possono essere mostruosi perché riescono a semplificare e a ridurre in segni le situazioni più drammatiche. Riescono a far diventare statistica il dolore, l'umiliazione, la disperazione. Se si riescono ad attraversare le 43 pagine del rapporto su "La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia" andando dietro i numeri e cercando di immaginare i volti e le storie delle migliaia di donne intervistate, avremo uno spaccato dell'Italia che nessuno conosce perché è difficile immaginarlo, perché è più comodo non vederlo.

 

La ricerca presentata ieri a San Rossore, la ex tenuta presidenziale sul litorale pisano, dall'istituto spagnolo Santa Sofia racconta che nel mondo muore una donna ogni otto minuti e che l'Italia è al 34esimo posto (su 40) di questa speciale classifica. C'è in Europa, chi sta molto peggio di noi, il Belgio, ad esempio. La ricerca realizzata dall'Istat su input del ministero delle Pari Opportunità, la prima di questo genere, specifica sui maltrattamenti - senza spingersi all'omicidio - ci mette sotto gli occhi una situazione drammatica anche perché silenziosa e taciuta. Qualcosa contro cui, ad esempio, non risultano iniziative di tipo legislativo o altro. E' una fotografia circoscritta da numeri. Su ogni cifra, per trovare le parole necessarie, occorre fermarsi e riflettere.


Tre tipi di violenza. L'indagine (il campione comprende 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale dal gennaio all'ottobre 2006) misura tre diversi tipi di violenza: quella fisica, quella sessuale e quella psicologica che comprende le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni e tutto ciò che può "armare" l'ossessione di un partner, di un ex amante o anche solo di una persona conosciuta e creduta amica.

 

La violenza del partner. Il 21 per cento delle vittime ha subìto violenza sia in famiglia che fuori, il 22,6% solo dal partner, il 54,6% da altri uomini non partner. I mariti, o conviventi, o fidanzati sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica (67,1%) e di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro o i rapporti sessuali non desiderati ma subìti per paura di conseguenze. Il 69, 7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è opera di estranei. Violenza genera violenza e in genere è violento chi ha visto o subìto violenza. Tra i partner violenti, il 30 per cento ha vissuto e visto la violenza nella propria famiglia di origine; il 34,8% ha avuto un padre violento e il 42,4% la mamma.

 

Il silenzio. Quelle delle donne che subiscono violenza sono grida silenziose, mute, spaventate. La parte sommersa del fenomeno è elevatissima: restano non denunciate il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle dal partner. La ricerca dell'Istat dice che il 91,6% degli stupri non viene denunciato. E che il 33% delle donne non parla con nessuno, nasconde per sempre quello di cui è stata vittima.

 

Più forme di violenza. Un terzo delle vittime subisce violenza sia fisica che sessuale. Tra le violenze fisiche le più frequenti (56, 7%) sono "spinte, strattonamenti, un braccio storto o i capelli tirati". Il 52% dei casi riguarda "la minaccia di essere colpita" e il 36,1% "schiaffi, calci, pugni o morsi". Se c'è di mezzo una pistola o un coltello la percentuale, per fortuna, crolla all'8,1%; il tentativo di strangolamento o soffocamento e ustione arriva al 5,3% dei casi. Tra tutte le forme di violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche come "l'essere toccata sessualmente contro la propria volontà" (79,5%), rapporti sessuali non voluti (19%), il tentato stupro (14%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti e umilianti (6%).

 

La violenza in casa? Non è un reato. C'è un dato nella ricerca - che geograficamente coinvolge in minima parte il sud del paese dove tutte le percentuali rilevate sono minime - che lascia perplessi e la dice lunga sulla scarsa educazione femminile al rispetto di sé. Solo il 18,2% delle donne considera reato la violenza subìta in casa e in famiglia. Per il 44% quello che è successo è stato "qualcosa di sbagliato", per il 36% "solo qualcosa che è accaduto". Anche lo stupro e il tentato stupro è diventato reato solo nel 26,5% dei casi.

 

La persecuzione dello stalking. Due milioni e 77 mila donne (18 %), hanno subìto comportamenti persecutori (stalking) da parte del partner al momento della separazione o dopo che si erano lasciati. La persecuzione più diffusa (68, 5%)è quando lui vuole a tutti i costi parlare con lei che invece non ne vuole sapere. Il 61, 6% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla; il 57% l'ha aspettata fuori casa, davanti a scuola o fuori dal lavoro; il 55,4% le ha inviato messaggi, telefonate, e mail, lettere o regali indesiderati; il 40,8% l'ha seguita o spiata. Un inferno, non c'è che dire.

 

Quando la violenza è psicologica. Le vittime, in questo caso, si contano in 7 milioni e 134 mila donne. A casa e al lavoro. Il 46,7% vengono isolate, su altre scatta il controllo (40%), la violenza economica (30,7%) e la svalorizzazione (23,8%) da cui derivano la perdita di autostima e gli esaurimenti nervosi. Metodi subdoli, con confini effimeri, facili da smentire e da non rilevare. Solo il 7,8% è vittima di vere e proprie intimidazioni.

 

Prima dei 16 anni. In Italia un milione e 400 mila donne hanno subìto violenza sessuale prima dei 16 anni e da parte di persone per lo più conosciute. Si tratta per lo più di conoscenti e parenti (25%), un amico di famiglia (9,7%) o un amico della ragazza (5,3%). La violenza avviene in casa e il 53% delle vittime decide di vivere col proprio segreto.

 

Link dell'articolo:

http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/cronaca/rapporto-violenza/rapporto-violenza/rapporto-violenza.html